Siccome qualcuno si è lamentato del fatto che questo non sembri un vero e proprio blog, ossia un diario giornaliero, ho deciso di descrivere cosa mi succede in una giornata normale, tipo ieri; eccovi accontentati.
Stamattina mi sono svegliato alle 16 e per poco non davo una capata contro una delle colonne tortili del mio baldacchino berniniano. Devo dire che non mi piace tanto lo stemma con le api dei Barberini posto in alto, vorrà dire che lo farò sostituire con una più moderna effige di un monolito sorridente incisa su una placca di amianto. Mi dirigo verso il bagno, tiro il fallo di un angioletto di marmo sistemato sul mio comodino per far aprire automaticamente la porta. Mi attende una jacuzzi con tre ragazze dedite alla ninfomania, un sodomita, un negro e un palestinese convertitosi all’induismo. Dopo questo simpatico bagnetto con tanto di paparelle, vado verso una pedana che funge da teletrasporto, grazie al quale mi ritrovo nel mio bar di fiducia. Siccome non era possibile fare una porta comunicante tra il bagno e il bar, a causa del ritrovamento di un’antica nave romana, ho dovuto escogitare questo fantascientifico aggeggio. Nel bar sorseggio il mio solito boccale da una pinta di caffé inzuppandovi dentro un kg di Gran Turchesi.Pago con carta di credito, mi teletrasporto di nuovo nel bagno e vado in camera da letto.Poiché non so cosa indossare, decido di uscire di casa solo con un tanga addosso, così, per simpatia. Sollevo un arazzo che nasconde una botola che mi conduce al mio garage e scendo le scalette. Anche qui sono tormentato dai dubbi: cosa prendo oggi per andare al lavoro? Il Learjet 45 Executive o la Ferrari 248 F1?


Alla fine, per risparmiare sul carburante, opto per la Ferrari. Chiamo ora al cellulare il mio schiavo negro tutto fare, tale Efestione, e gli dico se può accedermi cortesemente la macchina da dietro. Fatto, sento il ruggito del V8 2400 da 750 CV, il contagiri al minimo segna solo 7000 giri. Inserisco la prima marcia ed esco dal mio box. La strada che porta dal mio garage al cancello è lunga circa 2 km ed è lambita da preziose statue saccheggiate dal colonnato berniniano di S. Pietro. Premo un pulsante nell’abitacolo e magicamente si apre il cancello con la scritta “No Trepassing”, custodito dal mio fedele leone. Piccolo aneddoto. Un giorno mentre ero in un safari nella tundra dell’Himalaya vedo questo leone, che sfinito per il freddo, sembra chiedere aiuto. Come un Derzu Uzala, mosso da pietà cristiana, lo rianimo con una respirazione bocca a bocca e lo porto nel mio cottage dove 15 giorni dopo si risveglia dal coma.

Adolf (cosi dice di chiamarsi) per riconoscenza decide di diventare il mio pappone e di proteggermi da ogni male per sempre. Chiusa parentesi. Insomma, esco dal garage, tiro tutte le marce, sono a 320 km all’ora, faccio una staccata, sorpasso 12 macchine scalo fino a 40 all’ora, riparto mi fiondo verso il curvone del Muro Torto sbucando poi a 256 km all’ora sul lungotevere, mi butto per le scale dei muraglioni del Tevere e parcheggio la macchina con un bel testacoda. Sul molo del Tevere, ad attendermi, un battello a trazione animale nel quale 30 fedeli schiavi imprimono la loro forza nella sala macchine. Destinazione Capocotta, dove oggi ho un importante incontro di lavoro con Capitan Findus, per trattare sulla fornitura di 36 pescherecci (la Findus vuole commercializzare un nuovo prodotto surgelato, il capodoglio impanato, ed ha bisogno delle mie navi per poter pescare lungo il litorale laziale). L’affare, inutile dirlo, va in porto (in tutti i sensi), e cosi ne approfitto della bella giornata per prendermi una po’ di tintarella. Non ho manco finito di sfilarmi il tanga che subito sento delle grida provenire dalla riva. Mi alzo di scatto (fratturandomi 2 costole) e vedo a mare un monolito che si dimena e strepita, sembra proprio che stia per annegare. Prendo il cellulare, mi connetto sul sito delle Pagine gialle, scarico l’elenco delle Pagine gialle di tutta Italia in formato pdf, lo leggo finché trovo il numero verde 800 2001 del “Pronto soccorso monoliti arenati”. Mi risponde una gentile donzella, che dice di chiamarsi Luana e di aver misure di 90-60-90. Incuriosito, le propongo subito un appuntamento di piacere, ma ottengo un due di picche e cosi non mi resta altro che dare le coordinate del monolito arenato per chiamare i soccorsi, che arrivano solo due ore dopo. Il monolito, incazzato nero per il ritardo dei soccorsi, decide di istituire un’unità di crisi e di contattare il Viminale per protestare. Al centralino gli risponde un tizio che dice di essere disponibile a qualsiasi tipo di prestazione a progetto e di essere pronto all’inizio di una nuova storia. Il giorno dopo, così poi mi ha raccontato il monolito a telefono, lui e Marcello Piacentini, questo il nome dell’uomo, finiscono all’altare…nel senso che vanno a fare all’amore sull’Ara Pacis. Ma questa è un’altra storia.
Moonwatcher