Ho avuto una settimana un po’ movimenta in quanto coinvolto nelle riprese della mia seconda opera prima, un cortometraggio di 999 minuti, dal titolo "Non si sevizia così un monolitino": poiché credo che interessino a tutti le mie vicende artistiche, ho così deciso di pubblicare il diario personale della lavorazione del mio film. Buona lettura
Le riprese
Dopo aver trovato dopo sei anni le tre attrici giuste ( entrate nel cast previo provino orale, of course) inizio a girare la prima scena con un piano sequenza della durata di circa 90 minuti, (come “Arca russa”) nel quale le tre stronzette partono a piedi da Tor Bella Monaca per poi arrivare a Monte Mario dove entreranno in una misteriosa villa del 700. Intanto, il mio assistente alla regia, nonché montatore, nonché direttore della fotografia, nonché produttore, costumista e scenografo tale Gregg Toland comincia ad avere i primi sospetti sul mio stato di salute mentale, dopo avermi visto completare la prima scena con soli 89 ciak. La seconda scena presenta non poche difficoltà: le tre attrici sopravvissute al massacrante incipit di 90 minuti all’ennesimo provino di bocca buono eseguito stavolta per conto di Toland, devono ora sorbirsi un dolly che esplorerà le loro parti più intime per poi salire dentro la tromba di una scala chiocciola dell’altezza di 45 metri. Alla fine optiamo per l’abbattimento della suddetta scala e d’accordo col mio assisteste nonché ect, chiediamo l’aiuto l’Industrial Light end Magic di George Lucas e della Nasa per ricostruire la scala digitalmente in postproduzione. La terza scena (e siamo già a sole sei ore di girato, ormai) prevede l’ingresso da una botola alla villa settecentesca vagamente ispirata a quella di “Eyes wide shut”: gli interni invece li giriamo in sei hangar diversi affianco alla pista di Ciampino, e pertanto do l’incarico a Toland di riprogettare tutta la villa da capo pretendendo che sia pronta in almeno 30 minuti. Purtroppo il budget non è molto cospicuo (circa 6 miliardi di dollari) e sinceramente non vorrei che il mio Toland, che è anche produttore, facesse la fine della United Artist con “I cancelli del cielo”. Per limitare le spese, allora, inseriamo durante la prevista orgia nella villa inseriamo degli spezzoni dell’ultimo film postumo film di Joe d’Amato, mio amico personale, con un montaggio alternato di sequenze di suoi capolavori “Anche i falli mangiano i fagioli” e “La donna che fece all’amore due volte”. La quarta scena si apre con un lieve omaggio a Hitchcock: come in “Notorius”, nell’ingresso all’interno della villa con un bel dolly sulla quale è istallata una steadycam, posto ad una distanza di 700 metri da un totale si passa al dettaglio (una bomba all’idrogeno invece della chiave). In questo modo credo anche di aver realizzato, modestamente, il primo piano sequenza volante della storia del cinema. Sono talmente eccitato per questa mia genialata che durante una pausa di lavorazione, mentre sto saltando di gioia cado in un pozzo petrolifero vicino all’aeroporto: fortuna che trovo una bella trivella, che consenziente, mi si concede. Dicevamo.

Con uno stacco dalla bomba all’idrogeno passo al fallo di schiavo uno negro ridipinto di bianco che sta facendo cose turche con un turco (leggi incchiappetamento): scopriamo così che ci troviamo nel bel mezzo di una festa con una bella atmosfera alla “Crusing”: insomma una festa per soli uomini gai. Ma le tre ragazze? Ah, si non sono nemmeno entrate che subito il maggiordomo travestito da un imprenditore della Brianza le costringe a denudarsi e ad indossare delle maschere del teatro tragico greco, per farle recitare “Le Baccanti”. A questo punto entra in campo Dioniso, (inquadratura con citazione pittorica del Bacco di Caravaggio) il quale sta tenendo un simposio con Athena, Fidia e Prassitele: il dio geco le costringe ad ubriacarsi in modo che tutti partecipanti alla “festa”, possano abusare di loro. Intanto, il mio assistente ( che per la festa si è travestito da travestito pur essendo extradiegtico ma voglioso di cammeo) inizia a vociferare sul set che io creda di essere un novello Welles, e che soffra di un leggero elefantismo autoriale. A questo punto, dopo una sinfonia di gemiti fuori campo (tipo” Lancilloto e Ginevra” di Bresson) con un raccordo realizzato sulla parti poco nascoste di una delle ragazze, nuda ovviamente e successivo stacco sulle parti di un’altra delle ragazze nuda, nella medesima posizione, (citazione di “Nodo alla Gola”) con una piccola ellissi ci ritroviamo casualmente nel 2001 sul tetto di uno delle Torri Gemelle, dove una delle tre giovane ninfette, (chiamata Lolita, giusto per fare l’ennesima citazione) la quale ha ora 361 anni in quanto il film era ambientato nel Settecento, sta amoreggiando con un terrorista palestinese di colore. Per girare questa sequenza, ho dovuto ricorrere al mio scenografo Toland per la ricostruire in scala reale le Torri Gemelli (e per realismo anche tutto il World Trade Center). Quindi dissolvenza in negro sul fallo del negro e raccordo su un monolito, che in controcampo, sta salendo le scalette per fumarsi la sua sigaretta per la pausa pranzo A questo punto il monolito, incazzato nero per aver visto un nero (forse un po’ razzista) emette il solito sibilo fortissimo e grazie alla sua telepatia fa decollare due aeri per cercare di abbattere i due teneri disgraziati. Ma mentre i due velivoli stanno per schiantarsi contro i due amanti, il monolito caccia da una tasca un telecomando che apre una porta spazio-temporale nel cielo, per scampare alla tragedia. A questo punto, il nostro eroe, si ritrova dopo un lungo e delirante viaggio a bordo di un treno Eurostar Italia in una camera da letto di una villa del 700, dove si sta tenendo una simpatica orgia nella quale un altro povero monolito sta piangendo la morte di un suo ex, un obelisco che giace sul letto di morte. Immediato il colpo di fulmine: subito i due monoliti si ritrovano a sopra l’obelisco che giace inerte. Stacco: ora l’obelisco (morto alla tenera età di 2345 anni e pesante solo 5 tonnellate) viene portato in spalle delle tre ninfette floride per essere deposto e innalzato in una piazza con due colonnati e una cupola al centro, dove un omino bianco vestito di bianco inneggia allo sterminio di tutti i parallelepipedi vestiti di nero. La minaccia è chiara, essendo il tizio un ex prete austriaco fuggito dal seminario per diventare barbiere, provvisto di due baffetti e avendo una tiara con una svastica sopra. Insomma, tutti i monoliti sono costretti a fuggire dalla loro terra, il Vaticano, come nella cosiddetta diaspora, e rifugiarsi sulla Luna dove d’ora in poi saranno chiamati monoliti erranti e si mureranno vivi nel sottosuolo. Fino a che un giorno mentre uno dei monoliti sta uscendo dal suo cratere chiamato Clavius per farsi una canna, viene attaccato da un gruppo di militari astronauti nazifascismi nonché cattocomunismi nonché marxisti lenisti di estrema destra che stavano rastrellando la zona a caccia di monoliti vaganti e raminghi e randagi. Finisce che il poveretto viene deportato su una camionetta e fatto imbarcare per Guantanamo, dove risiede tuttora. Fortuna però che il governatore locale gli conceda il cambio di residenza, cosi potrà godere di benefici come una jacuzzi nella sua cella, dove è rinchiuso con un negro ebreo alto 2,60 e largo 2,60 che inizia a sbavare dietro di lui. Nell’ultima scena, mentre il monolito si sta facendo la doccia assieme al negro su menzionato, per sbaglio far cadere la saponetta. Stacco e raccordo dalle chiappe del negro a quelle del monolito.
Fine.
Moonwatcher